dall’evento “il lavoro tra motivazione e impegno: e il risultato?”

organizzato dal Coordinamento Donne Spi Cgil di Livorno, con il supporto delle altre categorie della Cgil (fra cui Nidil Cgil, categoria che rappresenta i lavoratori somministrati, i lavoratori autonomi e i collaboratori)

tempo di lettura: 8 minuti

Vorrei cominciare il mio discorso dalla domanda che aleggia sul titolo: dopo tre bellissime parole come lavoro, motivazione e impegno, ecco spuntare un punto interrogativo, questa famosa mannaia, qui per ricordarci che per quanto forte sia il nostro desiderio di affermazione e di autorealizzazione , dovremo passare prima, per forza, dalla nostra identità. Siamo donne. Esseri speciali. Abbiamo qualcosa in più, ce lo hanno sempre detto, no?

Le donne sono sempre associate a parole come sensibilità, accoglienza, comprensione. Forse perché prima di tutto dobbiamo capire che “questo qualcosa in più” ci costa spesso molto caro: noi donne ad esempio guadagnano di meno. Facciamo carriera con più fatica. I nostri desideri ed i nostri sogni devono venire sempre dopo gli impegni familiari.

E se una donna osa mettere al centro la propria realizzazione, è immediatamente e spesso anche inconsciamente tacciata da egoista.

Se una donna è artista poi, o artigiana, o pittrice, o musicista, maggiormente viene vista, quasi con tenerezza, come bizzarra e stravagante, magari naïf, spesso con scarsa disponibilità economica, o peggio ancora, mantenuta da terzi. Se dico “ donna artista” nessuno pensa subito ad uno stipendio o ad una forma di guadagno che provenga solo da lei.

Donna artista e lavoro sono parole che fanno fatica ad entrare in sintonia.

Ma andiamo con ordine: io ho sempre fotografato, da quando avevo 5 anni. Ognuno di noi nasce con un dono, e scoprii presto che il mio era quello di raccontare con le immagini. Ricordi felici, vacanze, luoghi, situazioni casalinghe, di tutto.

Ma perché si pensa che per affermarsi nel campo dei lavori artistici serva provenire necessariamente da una famiglia benestante?

Perché spesso è cosi. Ed è ingiusto. Perché avere i mezzi economici significa poter prendere delle scorciatoie, poter studiare in ambienti apparentemente migliori, poter avere più opportunità di crescita. Ma i mezzi non sono un merito, e soprattutto nessuna cifra può comprare nessun tipo di talento.

Eppure io provengo da una famiglia più che benestante, e lo sapete perché?

Perché i miei genitori mi hanno educata alla bellezza. Ecco la vera ricchezza. Crescere in posti belli, in un’infanzia di eterna primavera, che ha scaturito in me la voglia di raccontare la bellezza che ci circonda, in qualsiasi momento.

E’ grazie alle fotografie che ho scattato che esistono ancora distese infinite di mare pulito, una vita senza i cellulari sempre in mano, un paese senza guerre, i miei nonni che ridono, la mia gatta sulla pancia, io e mio fratello bambini insieme sulla terrazza Mascagni. Eppure, nonostante la mia profonda e innata passione, ho sempre fatto fatica a trovare il nesso tra passione, sogno e lavoro.

Lo sentite quanto sia strano sentir parlare di sogni e di lavoro nel solito discorso?

Fare la fotografa è un mestiere, un lavoro come gli altri, eppure questo famoso risultato per noi donne fa fatica ad arrivare, perché una donna che vuole affermarsi autonomamente in un campo artistico è vista ancora come una sognatrice, una che non ha i piedi per terra. Questo è profondamente frustrante.

Eppure, sono certa che moltissimi dei presenti abbiano avuto la fortuna di poter fare quello per cui hanno studiato, o quello che a loro è sempre piaciuto (almeno lo spero)

Ma a differenza delle professioni che vediamo svolgere dagli uomini, su di noi pesa sempre la domanda: ma ci vivi con quello che fai?

A nessuno verrebbe mai in mente di chiedere a un meccanico o a un barista che svolge il suo lavoro con passione, quale sia il suo vero lavoro. Eppure quando dico che sono fotografa ,artista, artigiana… mi chiedono ancora: si ma di lavoro cosa fai?

Io ho una partita iva, sono quindi un’imprenditrice, mi dicono che sono una coraggiosa, ma la verità è che siamo obbligate ad esserlo.

Sono anche molto spaventata. Perché la cosa che continuo a notare nel mio percorso sia da dipendente prima che da libera professionista ora, è che noi donne non siamo prese sul serio.

Ecco perché finora ho sempre dovuto cercare altri tipi di lavoro per mantenermi e per costruirmi una sicurezza, e ci credevo: inseguivo cercavo un posto fisso, un lavoro “normale” che mi permettesse di poter svolgere le mie passioni nel tempo libero. Ma questa non è la

soluzione giusta per nessuno. Questo è un compromesso, e la felicità e la realizzazione professionale non dovrebbe esserlo mai.

“La fotografia è un hobby da ricchi, fallo nel weekend!” mi hanno sempre detto, e mi sono sempre chiesta se lo dicessero anche agli uomini volenterosi di intraprendere questo percorso. Intanto fotografare non è un hobby

E poi, ricchi lo possiamo diventare, se per ricchezza intendiamo quella economica, strumento che idolatriamo quando lo abbiamo e che malediciamo quando ci manca.

Le fotografie sono il racconto di tutta la strada che abbiamo percorso per arrivare esattamente qui, proprio in questa stanza, in questo preciso momento.

E mentre un hobby serve ad ammazzare il tempo, una passione serve ad allargarlo, a rendere questo tempo infinito, morbidissimo, un tempo prezioso che non svanisca mai. Chi si occupa di creare qualcosa che resti per sempre scavalcando i limiti del tempo e dello spazio, come fare fotografia, suonare, dipingere, sta facendo qualcosa di sacro.

Eppure noi donne non siamo ancora prese sul serio.

Noi donne artiste abbiamo bisogno di essere ascoltate.

Noi non sogniamo per sentirci dire “brava”, noi abbiamo dei sogni perché li vogliamo realizzare, aprendo studi professionali, aziende, attività autonome, per il bene sia delle nostre vite sia dei luoghi in cui abitiamo, per creare nuovi posti di lavoro, per riqualificare gli spazi, per creare nuova bellezza e fare luce su quella che già c’è.

A livello pratico, abbiamo bisogno di spazi fisici, abbiamo bisogno di affitti accessibili, di più luoghi di arricchimento culturale, di non vedere le nostre città svuotarsi e deperire insieme alle nostre aspirazioni.

Abbiamo bisogno di più programmi di formazione che siano gratuiti o accessibili a tutte, di finanziamenti agevolati se abbiamo desiderio di costruire un’attività, abbiamo bisogno di essere capite e sostenute.

Perché una donna che fa arte e che vuole lavorare con questa è anche una donna che sta sicuramente creando valore nei luoghi e nelle città in cui sceglie di abitare.

Abbiamo bisogno di essere aiutate a realizzare in modo pratico i nostri sogni, e non di sentirci dire “si ma trovati un lavoro vero” altrimenti noi perderemo solo tempo nel percorso di affermazione, ci demoralizzeremo, e finiremo per fallire, vittime non solo della nostra resa personale ma anche di un sistema che continua a non prenderci sul serio e che ci chiede continuamente di adattarci a prendere forme che non sono le nostre.

Non ci interessa essere brave ad adattarci, ci interessa smettere di doverlo fare, ed essere appoggiate e sostenute nei nostri percorsi di studio e nel nostro desiderio di essere riconosciute nel nostro valore, attraverso quello che facciamo.

In ogni caso, la mia eterna rincorsa al posto fisso si è interrotta a dicembre, quando a conclusione dell’ennesimo contratto lavorativo finito e non rinnovato, ho deciso di smettere di adattarmi per necessità, e di dedicarmi solo a quello per cui ho studiato : io ho quasi 35 anni, e non è facile ricominciare, costruirsi il lavoro su misura, darsi delle regole e fare i conti (in tutti i sensi) con una partita iva, ma voglio farcela non solo per me, ma per tutte quelle che sono state costrette a mettere i loro sogni da parte, e per le nuove generazioni , perché possano capire che ognuno di noi ha il proprio posto del mondo e che seguire i nostri doni ed i nostri talenti è tra i primi doni da fare a noi stesse. Noi donne artiste vogliamo lavorare con tutele, dignità e serietà.

Non dobbiamo solo ringraziare il cielo quando arriviamo ad ottenere un contratto che sia giusto e che ci paghi in modo consono. E quando qualcuna di noi ce la fa, magari realizzandosi, arrivando in alto, non deve più esserci nessuno pronto ad insinuare che abbia usato mezzucci tendenzialmente fisici per potersi guadagnare quel posto.

Perché deve essere cosi difficile per noi, società civilizzata e di cultura mediamente alta, trattare le donne con profondo rispetto e parità? Per noi donne è tutto più difficile, ed è proprio per questo che dovremmo avere ancora più aiuto, più spazio , più accoglienza, più comprensione, la stessa che ci è stata chiesa da quando siamo nate.

Io sono una fotografa, lo faccio di lavoro.
E non voglio più pensare di trovare un altro lavoro per sopravvivere.
Vorrei riuscire ad aprire una piccola attività indipendente, vorrei potermi formare e

aggiornare costantemente senza sentirmi egoista , vorrei non sentirmi più dire “si però lascia perdere i sogni, sai visti i tempi… ”

I tempi siamo noi.
E nessuna di noi dovrebbe lavorare solo per sopravvivere.
Io voglio vivere, realizzarmi professionalmente, costruire e mantenere dignitosamente

una famiglia, ed essere felice. Attraverso il mio lavoro in campo artistico.
Voglio dimostrare che ce la possiamo fare, qualsiasi sia il nostro background, la nostra

provenienza o la nostra situazione attuale.

Ma finché ci sarà qualcuno che pensa che io stia “volendo troppo” significa che per noi donne ci sarà ancora tanto lavoro da fare.

Una donna felice, capita e realizzata rende più felice chiunque la circondi, e ognuno di noi merita di esserlo.

La felicità e la realizzazione professionale non devono mai essere un compromesso.

Grazie

Pubblicato da Angela Panetta Frontera Fotografia

Fotografa freelance // Ritratti, famiglie, cerimonie, eventi , Famiglie arcobaleno, Matrimoni gay, Unioni Civili

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